venerdì 11 dicembre 2015

IL FASCIO E LA RUNA

RECENSIONE. IL FASCIO E LA RUNA – studi e ricerche della SS Ahnenerbe in Italia. - (vedi anche aggiornamento del 24 febbraio 2016, in basso). Con questo saggio, “Il Fascio e la Runa” – (Mursia, Milano 2015), si completa dopo 11 anni una ideale “trilogia”, che già da tempo l’Autore aveva in mente di portare a termine. Il primo saggio “Archeologi di Himmler” (Ritter edizioni) è infatti del 2004, “La Svastica e la Runa” (Mursia) del 2011, e pertanto più di dieci anni sono stati necessari per poter presentare un quadro abbastanza completo di questa Organizzazione del Terzo Reich, l’Ahnenerbe (Eredità degli Antenati), creata dal Capo delle SS Heinrich Himmler nel 1935 e dedita prevalentemente alla ricerca preistorica e storica nell’ambito dell’ottica territoriale espansiva del nazionalsocialismo, in quel preciso momento storico. In questo terzo libro dedicato appunto all’Organizzazione SS Ahnenerbe, l’indagine è focalizzata prevalentemente sulle ricerche e sulle spedizioni effettuate nell’ambito del nostro Paese italiano, nel periodo compreso tra il 1935 (anno di nascita dell’ente di Himmler) ed il 1945. “Il Fascio e la Runa” si divide in due parti,1935-1943 e 1943-1945, dove nella Prima parte si tiene conto del progressivo interesse di ricerca, e sotto quali direttive principali, da parte della Germania nazista, nei confronti della storia del nostro Paese, così ricco di passato glorioso e drammatico allo stesso tempo, che sempre ha suscitato enorme interesse da parte dei popoli di lingua tedesca. Un’ampio spazio viene dedicato inoltre all’opera di salvaguardia da parte del Kunstschutz Abteilung – Reparto Protezione Artistica – nell’impari lotta contro i bombardamenti distruttivi degli Alleati dal cielo. Nel contempo, come si evince prevalentemente nella Seconda parte, non si perdono d’occhio le derive di stampo eterodosso e/o occulte dell’Ahnenerbe, anche nei confronti degli studi in Italia, tant’è vero che si dimostra quanto il “fronte italiano, ritenuto secondario dal punto di vista militare, si rivelò primario dal punto di vista esoterico” nel corso della II Guerra mondiale. Come sempre, prassi già ben sperimentata in precedenza (La Svastica e la Runa), ogni Capitolo è corredato da una serie di Documenti coevi del periodo in questione, in gran parte inediti e tradotti prevalentemente dal tedesco. Le Prefazioni sono state redatte da Gianfranco de Turris e Giorgio Galli, che come sempre ringraziamo, sentitamente. Presente, anche in questo saggio, una serie di interessanti immagini fuori testo, per far meglio comprendere le ricerche indo-germaniche di cui si tratta. AGGIORNAMENTO: Con grande piacere annunciamo che il nostro saggio "Il Fascio e la Runa" è stato selezionato questo mese di febbraio 2016 per la partecipazione ad un concorso storico di carattere nazionale. Gli autori delle prefazioni, Gianfranco de Turris e Giorgio Galli, avevano visto giusto. Questa risulta essere la migliore risposta, se ce ne fosse bisogno, al recente commento - "recensione" di tale De Antoni (OAS), così livorosa e dilettantesca, così piena di errori storici e carenze interpretative tali da far affondare la recensione stessa e chi l'ha commissionata letteralmente nel ridicolo. Terremo conto di tale "interesse" nei nostri confronti come molla per la continua ricerca della verità storica, anche nei nostri prossimi saggi, che ci ha sempre caratterizzato. Marco Zagni.

martedì 4 agosto 2015

U BOOT: ROTTE E BASI SEGRETE.

Saggisti sudamericani come Abel Basti, Mariano Llano, Juan Salinas e Carlos De Napoli, oppure storici nordamericani come Henry Stevens e Joseph Farrell molto raramente vengono presi in considerazione dalla storiografia ufficiale sulla II Guerra Mondiale. In particolare ciò è avvenuto nel nostro Paese, nonostante questi scrittori abbiano prodotto lavori di estremo interesse. A nostra conoscenza solo l’opera di Salinas/De Napoli “Oltremare Sud” (Ed. Tropea 2007) è stata tradotta in italiano, mentre i pregevoli lavori di Joseph Farrell lo sono stati solo parzialmente (“La bomba atomica di Hitler”, Mondo Ignoto 2005), così come tanti altri autori che vengono sistematicamente dimenticati – Stevens non è mai stato tradotto - dagli storici ufficiali nonostante siano, come nel caso di Rainer Karlsch (“La bomba di Hitler”, Lindau 2006), anche ricercatori universitari. La risposta è molto semplice: pure in Occidente i veicoli mediatici “Main Stream” vengono monitorati e controllati, a livello informativo, con una meticolosità ed operatività oserei dire, di livello “militare”. Pertanto, ogni informazione che esula da un predeterminato “Politically correct” o meglio un “Historically correct” cristallizzato da 60 anni, viene minimizzata, o peggio, screditata scientemente. Questo è uno dei principali motivi – una vera e propria “congiura del silenzio” - che ci ha spinto, già da diversi anni, ad occuparci, al contrario, anche degli aspetti più misteriosi della II Guerra Mondiale (vedi per esempio il saggio “La svastica e la runa”, Mursia 2011). Henry Stevens e Wilhelm Landig si erano occupati, per esempio, di valutare la possibilità dell’esistenza di basi segrete tedesche (per U-boot) in vari luoghi del mondo durante la II Guerra Mondiale, e non solo. La sopravvivenza e l’occultamento di tali basi era principalmente dovuta al fatto che i tedeschi riuscivano a servirsi di una specifica tecnologia utile al mascheramento magnetico chiamata “magnetofunk”. Ancora oggi le fonti ufficiali (basta fare una piccola ricerca per trovare conferma) ammettono che della effettiva sorte di circa una quarantina di U-boot delle classi più moderne (come la classe XXI, per esempio, un salto tecnologico di 20 anni, per l’epoca, rispetto a tutti gli altri sommergibili del mondo) non si è mai saputo più nulla. Oltre a questo, se prendiamo in considerazione le indagini e i ritrovamenti di Abel Basti (“Hitler en Argentina”, 2006) di U-boot fatti volutamente occultare e affondare dai loro comandanti poco al largo delle coste argentine – dopo lo scarico di uomini e mezzi alla Caleta de Los Loros – e il fatto storicamente accertato dell’utilizzo di una medesima sigla per denominare diversi U-boot contemporaneamente, a scopo di camuffamento verso fine guerra, si può ben comprendere che molto ci sarebbe ancora da cercare per capire il vero scopo dei misteriosi spostamenti degli ultimi sottomarini del Terzo Reich. L’autore Wilhelm Landig (1909-1997) era stato, come ormai è noto, un ingegnere delle SS addetto alle ricerche segrete sui primi velivoli discoidali tedeschi assemblati nell’area di Vienna, chiamati da lui stesso V7. Nel secondo volume della sua trilogia di romanzi “pieni di fatti storici” , “Wolfszeit um Thule”, (Pfeiffer Verlag 1980 – ed. francese “Le Temps des Loups”, Auda Isarn 2009) -, introduce un capitolo emblematico in merito, dal titolo “La battaglia della quale il mondo non ha mai sentito parlare”, battaglia alla quale accennano, in modo molto più frammentario, o meglio basandosi su episodi certi susseguiti a tale scontro navale, anche Salinas/De Napoli in “Oltremare Sud”. Le cose si erano svolte in questi termini: il 2 maggio 1945 una flottiglia “segreta” composta da diversi sommergili delle classi più moderne (Tipo XXI, possibilità di viaggio sempre in immersione sino a 300 metri di profondità, velocità subacquea sino a 18-20 nodi, dotazione di siluri di ultima generazione con eccezionali spolette di prossimità e dall’enorme velocità, probabile dotazione supplementare di generatori di corrente “free energy” di tipo “Coler”) lasciava la base norvegese di Kristiansand Fjord con prima direzione Islanda/Groelandia e poi rotta verso il Sudamerica/Antartide. Dall’ottobre dell’anno precedente (1944) altri convogli simili erano già partiti con le stesse rotte. Secondo gli scrittori Lyne e Landig, da basi segrete situate in Groenlandia (base Beaver Dam) e nella zona Artico-canadese (Punto 103) erano decollati come supporto anche alcuni velivoli di tipo V7 che per un certo tratto avrebbero scortato il convoglio. Avvenne in seguito un occasionale ma tremendo incontro/scontro con un flotta Alleata (inglese). Joseph Farrell ricorda l’avvenimento nel suo saggio “Reich of the black sun” ( A. Unlimited 2004, da pag. 238) ma noi preferiamo seguire in primis Landig (“Le temps des Loups”, da pag. 13) : “L’agitazione aumentava. Il “corriere”, un segnale corto di qualche millesimo di secondo batteva in chiamata. Il centro di comunicazione stabilito con la V7 funzionava a pieno regime…Arrivò il momento cruciale. L’equipaggio dell’ U5XX rimaneva per il momento in attesa e seguiva il susseguirsi degli avvenimenti con tutta la tensione che questo comportava…Il sistema di ricerca attivo, simile a quello delle sonde acustiche, così come la sicurezza del nostro sistema ad onde corte a impulso contro le eliche dava un vantaggio certo sul nemico…sono delle torpedini di ultimo modello, capaci di cercarsi le loro prede da sole… “. Continuiamo con Farrell: “Utilizzando i nuovi siluri…le navi alleate vennero totalmente annientate…Gli Alleati non si resero mai conto di contro chi e che cosa erano andati a sbattere…Il capitano di un cacciatorpediniere britannico avrebbe detto “Che Dio mi salvi, che io non possa mai più incontrare una flotta simile”…Questo fu riferito sul “Mercurio” di Santiago del Cile” e poi su “Der Weg”, un giornale pubblicato da tedeschi in esilio a Buenos Aires, in Argentina”. I comandanti tedeschi degli Uboot si erano comunque molto preoccupati dopo questo scontro e, come riferisce Miguel Serrano (1917-2009) nel suo “Los Ovnis de Hitler”, (Ed. Solar 1993, pag. 65), dirigendosi verso Sud il “convoglio fantasma” si divise in due tronconi, uno diretto verso l’Argentina e un altro verso l’Antartide (Punto 211). Ma questo accadde solo dopo una sosta forzata alla base segreta di Fuerteventura, alle Isole Canarie. Secondo diverse fonti questo ultimo “convoglio fantasma” era composto di 6 Uboot, ed era indipendente dai 2 sottomarini che si arresero in Sudamerica tra il luglio e l’agosto del ’45 (U530 e U977). Uno di questi, l’U977, tra le altre cose, aveva fatto sosta alle Isole del Capo Verde. Una delle prime cose veramente impressionanti da dire, e questo già ci dice molto sulla grande capacità di occultamento di queste basi, è il fatto che della base segreta tedesca di Fuerteventura se ne venne a sapere solo nei primi anni ’80. Sulla rivista Nugget del luglio e agosto 1984 apparve uno strano articolo, in due parti, dal titolo: “Der U-boot bunker von Fuerteventura”. Secondo Henry Stevens, “in base al rapporto di Nugget, due testimoni avevano esplorato i tunnel sotterranei dell’isola di Fuerteventura [vicino a Villa Winter]. Là due vecchi Uboot erano stati scoperti dopo che erano rimasti nascosti per più di trent’anni. Uno di questi Uboot era stato esplorato dai due avventurieri. All’interno trovarono mappe dettagliate del Sud America. Per aggiungere mistero, veniva fatta asserzione nell’articolo che questi Uboot e questa base erano stati utilizzati con la piena conoscenza del Governo degli Stati Uniti sino agli anni ’50” (“Hitler’s Flying Saucers”, A. Unlimited 2003, pag. 250). Di queste strane considerazioni troviamo riscontro anche nell’ultimo saggio di Abel Basti “El exilio de Hitler” (Sudamericana 2011, pag. 261): “Sul finire della guerra…la flotta nordamericana ricevette ordine di ritirare le sue unità operative dall’Atlantico del Sud…si temeva un imminente attacco agli Stati Uniti da parte di sottomarini germanici…Quando si completò quest’ordine stabilito da Washington alle sue navi, per i nazisti si dispiegò la via di fuga marittima dall’Europa al Sud America…un convoglio di sottomarini partì con rotta verso il Sud del mondo…Ci fu uno scalo tecnico alle isole Canarie – che già erano state utilizzate dai tedeschi durante la guerra -…La possibilità che il convoglio fosse passato da queste isole fu presentata dallo scrittore e giornalista delle Canarie Jaime Rubio…nel suo libro “Submarinos y arqueologia nazi en Canarias”…Così gli Stati Uniti conducevano un duplice gioco…da una parte erano dei grandi nemici formali dei nazisti ma dall’altra, in segreto, li aiutavano a scappare”. Sui reali motivi di questo supposto duplice modo di agire da parte degli USA torneremo alla fine del presente articolo. Già dal 1893 vi erano stati degli insediamenti, e nello specifico con l’inizio della costruzione di una imponente villa, che in seguito venne affidata alla famiglia Winter. Il principe Rodolfo d’Asburgo vi si era recato, per esempio, pochi anni prima del suo triste atto di suicidio compiuto presso la tenuta di Mayerling all’inizio del XX secolo. Le rotte dei sommergibili tedeschi passavano da Nord (isolotto di Los Lobos), costeggiavano la parte Ovest di Fuerteventura scendendo verso Sud ed attraccavano in alcune gole e grotte (ampliate ed attrezzate per l’occasione, in anni di lavoro) protette, dopo aver doppiato villa Winter. Dovevano esistere dei tunnel di avvicinamento alla villa, che sovrastava tutta questa zona, ma gli accessi erano stati fatti saltare da tempo: gli equipaggi degli ultimi due Uboot, ritrovati in seguito negli anni’80 dai due esploratori, erano rimasti a vivere sull’isola e i loro discendenti, figli e nipoti, vivevano oggigiorno principalmente in una cittadina a nord della zona di nostro interesse – in direzione La Pared. Fuori della villa erano visibili un vagoncino minerario da carico – del tipo da usarsi su rotaia – , abbandonato, e una jeep tedesca completamente distrutta. Due commandos inglesi, durante il periodo bellico, erano riusciti a spiare i movimenti della zona, stando nascosti per due mesi sulla montagna sovrastante la villa, ma poi “avevano fatto una brutta fine”: un forte quanto inaspettato temporale (le precipitazioni sono rarissime sull’isola) li aveva colti sulla montagna e i torrenti d’acqua li avevano fatti precipitare sino alla spiaggia. Vennero trovati morti dalle sentinelle tedesche. Osservando la montagna erano visibilissime feritoie e altri punti di osservazione che, insieme alla robusta torre di villa Winter, davano ai tedeschi un completo controllo visivo di questa parte dell’isola. Non molto lontano vi era allora anche dislocata una piccola base aerea di caccia della Luftwaffe. Guardando le mappe atlantiche, si nota subito come questa base segreta era di un’importanza eccezionale dal punto di vista strategico per spostarsi verso le aree a Sud del mondo: nonostante tutto questo villa Winter serviva anche come luogo per le licenze degli equipaggi e, sul finire della guerra, secondo altre voci, come clinica dove si effettuavano operazioni di chirurgia plastica per gerarchi nazisti in fuga verso il Sudamerica. Si verificò infine un famoso incontro tra Gustav Winter, il proprietario della villa, e l’Ammiraglio Canaris, che probabilmente stava già pensando al suo famoso “Z-Plan”, la sopravvivenza di un “Reich segreto” dopo la Guerra Mondiale. Sembra impossibile che gli Alleati non fossero a conoscenza di tutto questo: al contrario questa base, insieme alle altre in Artico, Antartico e dentro le Ande, avrebbe potuto rientrare, dopo una prima fase di ostilità, nell’ambito di una sorta di accordo segreto tra gli Alleati e quella parte del III Reich che in seguito avrebbe costituito un vero e proprio “potere occulto” in Sud America tra gli anni’50 e ’60 (la famosa “Terza Forza”): fornitura all’Occidente di tecnologia militare in cambio di copertura internazionale, collaborazione in esperimenti scientifici e psicologici post-bellici “proibiti” (test su armi e aviogetti non convenzionali, - leggi UFOs – esperimenti medici sulla clonazione nella foresta amazzonica – leggi dr. Mengele -, prove sul potere mentale e sull’uso delle droghe – vedi il progetto MK Ultra -). Infine: cooperazione nella creazione voluta e sperimentata di effetti di panico di massa e di terrore verso l’esterno – a fini prettamente anticomunisti – con una concordata esecuzione “teatrale” dei grandi “Ufo flaps” (ondate UFO) dei primi anni ’50 sopra i cieli e le città degli Stati Uniti. Se la cosa può sembrare poco credibile, vogliamo infine ricordare un fatto indiscutibile: le centinaia di spie tedesche che, in funzione antisovietica, nel dopoguerra entrarono repentinamente a far parte dei servizi segreti americani e della CIA grazie alla collaborazione e ai servigi del Generale Gehlen, ex dello spionaggio militare del Terzo Reich.

venerdì 3 luglio 2015

MARIO GHIRINGHELLI.

Molto attivo in campo esplorativo ma discreto, nonostante un carattere forte e accattivante,fu mio cugino, l’esploratore Mario Ghiringhelli. In giovane età aveva contratto una rara forma d’asma, difficilmente curabile, tanto che addirittura gli era stato detto che, in sostanza, non doveva aspettarsi di vivere a lungo. Forse per questo motivo acquistò una forza di volontà eccezionale nell’applicarsi in qualsiasi cosa gli piacesse. Siccome per la sua salute sarebbe stato meglio visitare e vivere prevalentemente in località secche se non addirittura aride o desertiche, cominciò a visitare il Nord Africa e il Medio Oriente (anni Sessanta) –allora non c’erano problemi legati all’estremismo islamico-, spesso in compagnia del fratello Franco. Col tempo poi, essendosi preparato assai bene dal punto di vista fisico, cominciò a esplorare anche le foreste e le località sulle Ande del Sud America, sull’Himalaya, in Asia Centrale e Indonesia. Nel corso di questi anni conobbe e diventò amico personale di alcuni ufficiali della Legione Straniera francese. Mario Ghiringhelli scrisse pochissimo (vedi in Nota) su di sé, e comunque spesso insieme a sua moglie, l’indologa Vanna Scolari, che molte volte lo seguì nei suoi viaggi d’avventura. Siamo comunque riusciti a trovare un elenco di suoi viaggi estratti da una sua conferenza al Rotary Club di Magenta (MI) nell’ottobre del 1979: - 1960: Ararat; - 1961: alla ricerca dei mangiatori di vermi (Fezzan/Libia); - 1963: tra i Tebu dell’Auenat (Kufra/Libia); - 1965: le paludi dello Shatt el Arab (Irak); - 1966: Afghanistan – tra i discendenti di Tamerlano Mazar-i-Sharif; - 1967: Malesia: Negritos e Senoi; - 1968: Sahara Algerino: tra i Tuareg dell’Hoggar; - 1969: Malesia, sulle tracce degli Empu, i fabbricanti dei micidiali pugnali Kris; - 1970: Thailandia: tra le tribù Shan e Cariani; - 1972: Laos: tribù Meo; - 1975: India, deserto del Thar; - 1977: Indonesia: Giava – Madura – Bali – Sumatra – Celebes; - 1979: Perù, caccia al “Lagarto Bianco” (un tipo di Caimano). Io entrai “in gioco” con Mario nel 1981 anche se sin da bambino seguivo le sue avventure, e ogni Natale passava a trovare me e la mia famiglia raccontandoci dei posti più strani che aveva visitato. Quell’anno era stato l’anno della mia Maturità scientifica, che era andata certo bene ma, pur essendo alto circa 1 metro e 80 ero sceso di peso sino a 58 chili, insomma non mangiavo più. Frequentare la palestra di Mario fu in pratica un biglietto di sola andata: entrai a far parte di chi lo seguiva nei suoi viaggi, e dopo tre anni di durissimi allenamenti partecipai con lui alla spedizione Ghiringhelli del 1984 nelle foreste della Guyana francese. Doveva essere una spedizione preparatoria in vista di una spedizione in Perù sulle tracce di misteriose piramidi individuate nella parte amazzonica della regione Madre de Dios peruviana. Allora si pensava si potessero raggiungere solo per via “aerea”: per questo partecipai a diversi lanci di paracadutismo, che si compivano in giornata al campo aeronautico svizzero di Gordola. Ma si era rimasti solo in tre a fare questo tipo di allenamento e allora, per questa volta, si lasciò perdere. Continuavo e studiare e ad allenarmi e con lui si partecipava ogni anno ad una gara di marcia di tipo militare che si chiama Pre-Nimega, di 42 chilometri con 17 salite. E si vinceva sempre (Palestra Mediolanum). In quegli anni Mario andò in Tibet, in Nepal, nelle Filippine e negli Usa, dove frequentò dei corsi di sopravvivenza in Alabama. Io ero andato per due volte a girare le foreste del Canada. Con l’amico ingegner Parisi facevamo tesoro di ogni insegnamento di Mario: si praticavano anche le arti marziali, per cercare di unire certe tecniche di difesa orientali con quelle occidentali. E militari della Legione Straniera venivano da noi e insieme si partecipava a gare di marcia forzata. Noi li si contraccambiava partecipando alla festa annuale della Legione che si tiene ogni 30 aprile presso Marsiglia, come anniversario della Battaglia di Camerone (Messico, 1863). L’ultimo suo anno (1993) si stavano facendo dei preparativi per un viaggio che ci doveva coinvolgere tra la Cina e il Pakistan: per questo motivo mi ero iscritto a un corso triennale di lingua e cultura cinese all’Istituto Ismeo di Milano, prestigioso istituto creato negli anni Trenta da personalità come Giuseppe Tucci, esploratore del Tibet per antonomasia. Purtroppo, prima di questa possibilità, Mario Ghiringhelli, in vista di scrivere un secondo libro sui pugnali Kris malesi, di cui era diventato un collezionista raffinato, perse la vita in un viaggio in Indonesia. La sua vecchia malattia asmatica prese il sopravvento causandogli uno choc anafilattico nell’agosto del ’93. Lo ricordo ancora, l’ultima volta che lo vidi in palestra: “Non ti preoccupare, io ci credo ancora”, mi disse, riferendosi ai nostri progetti per l’Amazzonia peruviana, sulle tracce di città perdute. Per questo motivo non potevo deluderlo: da vent’anni, non appena posso, continuo, da solo o con chi ci sta, ad esplorare il Mondo seguendo le sue orme. Nota: consigli di lettura. Di Sven Hedin: My life as an explorer, Kodansha International, New York, 1996; Il Lago errante, Cierre edizioni, Verona 1994. Di Thor Heyerdahl: Kon Tiki, Mondadori Milano 1970. Su Thor Heyerdahl: Thor Heyerdahl l’uomo del Kon Tiki, di V. Manfredi e W. Leonardi, Mazzotta Milano 1994. Di Vanna e Mario Ghiringhelli: Kris gli invincibili, Be-Ma editrice Milano 1991; di Vanna Ghiringhelli: The invincible Krises 2, Saviolo, Vercelli 2007. Di Marco Zagni: L’Impero Amazzonico, Mir Firenze 2002; Archeologi di Himmler, Ritter Milano 2004; La svastica e la runa, Mursia Milano 2011. Di Zam Bhotiva (a cura di M. Zagni e G. de Turris): Asia Mysteriosa, Arkeios Roma 2013.

sabato 17 gennaio 2015

INKARI 2015

State tutti pronti a supportare la prossima spedizione "Inkari 2015", con Thierry Jamin e tutto il gruppo dell'Associazione Inkari Cusco. Visitate il sito ufficiale www.granpaititi.com ed il profilo Facebook di Thierry Jamin, per visionare il nuovo video promozionale della spedizione di archeologia di esplorazione di quest'anno "Inkari 2015", la definitiva scoperta del "Paititi" peruviano... Aggiornamento al 4 aprile 2015: La spedizione "Inkari 2015" è ormai imminente. Collegatevi al sito di Thierry Jamin www.granpaititi.com e visionate le ultime novità: c'è anche la possibilità di partecipare al finanziamento con un contributo. Chi scrive è particolarmente contento di tutto questo, a coronamento di 30 anni di viaggi ed esperienze amazzoniche: già nel 2002 nel mio primo saggio "L'Impero Amazzonico" (ed. MIR, Firenze) avevo spiegato l'estrema importanza di dover esplorare la zona a Sud del Rio Timpia, dopo aver ottenuto foto satellitari Landsat dal Geological Survey già nel settembre del 2000, che rivelavano "anomalie" foto-geografiche estremamente interessanti e da verificare. Questo sarà approfondito in un mio prossimo articolo che apparirà probabilmente nel mese di luglio prossimo. A presto. Zama. AGGIORNAMENTO: L'articolo della spedizione Inkari 2015 è uscito sulla rivista Fenix di luglio 2015.