giovedì 8 dicembre 2016

SS ITALIANE ESOTERICHE.

COMPONENTI ESOTERICHE NELLE SS ITALIANE. La trilogia dei nostri saggi pubblicati in una decina d’anni (Archeologi di Himmler – Ritter, Milano 2004 – La Svastica e la Runa – Mursia, Milano 2011 e Il Fascio e la Runa, Mursia Milano 2015), con la mole di documenti in gran parte inediti che ha portato, già da tempo dovrebbe aver chiarito sufficientemente che il nazionalsocialismo fu ben altro che un partito politico destinato infine a portare la distruzione in Europa e non solo: componenti di interesse esoterico e occulto erano ben presenti, e con diversi attori implicati. Su questo ormai si conosce molto: doveva però essere necessario verificare, con questo ultimo saggio, se queste tendenze avevano preso piede anche nel nostro Paese e come, nel periodo di alleanza tra il Fascismo di Mussolini e il Nazismo di Hitler. La SS Deutsches Ahnenerbe di Heinrich Himmler (1900-1945), emanazione culturale delle SS preposta principalmente allo studio della Preistoria e dell’Archeologia europea in chiave “alternativa” o “di frontiera”, come si dice oggigiorno, aveva manifestato un enorme interesse per la ricchissima Storia del nostro Paese sin dai tempi della sua creazione in Germania, nel 1935. Tra le altre cose, la Ahnenerbe, tramite lo storico tedesco Franz Altheim (1898-1976) e la sua compagna Erika Trautmann (1897-1968), fu la prima organizzazione di ricerca al mondo (nel 1936 e 1937) ad intraprendere uno studio sistematico dei graffiti preistorici della Val Camonica in Lombardia, con studi e saggi scritti di rilevanza universitaria internazionale. Il fatto è che l’Ahnenerbe , sin dalla sua nascita e per tutta la durata della sua decennale esistenza (1935-1945) si presentava come un ente a due facce: una, con velleità universitarie e anzi molto ben disposta a collaborazioni di tipo accademico tradizionale con altre associazioni e Facoltà, un’altra di stampo misterico, esoterico, persino magico. Per esempio, il lato palese tradizionale e accademico dell’Ahnenerbe aveva come uno dei suoi maggiori rappresentanti il Rettore della Università di Monaco Walther Wüst (1901-1993), così come in Italia, uno dei più preparati docenti universitari dell’Ahnenerbe , incaricato della salvaguardia delle opere d’arte e dei palazzi artistici dai devastanti bombardamenti degli Alleati fu l’archeologo Professor Alexander Langsdorff (1898-1946), Capo del Kunstschutz Abteilung (Reparto Protezione Artistica) nel nostro Paese. A livello generale invece, uno dei maggiori rappresentanti Ahnenerbe per le ricerche esoteriche e occulte fu il Generale delle SS Karl Maria Wiligut (1866-1946), detto Weisthor, un vero e proprio “mago” alle dipendenze di Himmler , uno dei suoi più influenti consiglieri nascosti (sconosciuto allora alla gran parte delle stesse SS) e probabilmente facente parte anche dell’organizzazione super-segreta dei Sonnenmenschen (Uomini Solari), adibita esclusivamente alle ricerche paranormali, religiose e archetipo-ancestrali. È di questo secondo aspetto nascosto dell’Ahnenerbe di cui ci preme parlare qui, quello relativo alla sua attività misterica in Italia, in rapporto con le Waffen SS (SS combattenti) italiane nel difficile periodo 1943-’45 attraverso alcune delle personalità maggiormente rappresentative. Prima di arrivare a questo punto devono valere però alcune importanti premesse storico – cronologiche: dalla nostra ormai decennale ricerca è emerso che il gruppo esoterico dei Sonnenmenschen era attivo in Europa già dai primi Anni Trenta, quando l’ufficiale delle SS Wulf Sörensen (1899-1977), erudito delle antichità indo-europee e Direttore della rivista SS Nordland, aveva ricevuto ordine dallo SD di Reinhard Heydrich (Capo del Servizio segreto SS, lo SD, e morto in conseguenza di un attentato inglese nel 1942) di costituire tale reparto occulto. Per esempio, fecero parte di questo gruppo il “cercatore del Santo Graal” l’SS Otto Rahn (1904-1939) e il suo capo, il già citato Wiligut. Questi ed altri elementi confluirono nella SS Ahnenerbe sorta in seguito, nel 1935. Un’azione misteriosa e degna di nota, attuata in Italia nel periodo 1932-1933, attuata da queste SS esoteriche, fu probabilmente il furto della tecnologia utile alla costruzione di uno strano apparecchio rabdomantico (Rabdomante meccanico) di rilevazione sotterranea, ai danni del suo inventore, il famoso geologo italiano Cesare Porro, poi morto nel 1940. Questo strano apparecchio servì in Francia, con l’appoggio di Otto Rahn, alla misteriosa Confraternita rosacrociana dei Polari per recuperare una pergamena sepolta nei pressi del Castello di Montségur, scritto che faceva parte di un più complesso carteggio divinatorio conosciuto come l’Oracolo della Forza Astrale (vedi il saggio di Zam Bhotiva Asia Mysteriosa, Arkeios Roma 2013). Tra le altre cose, è certo che le stesse SS, oltre a recuperare loro stesse l’Oracolo, che era utile mezzo di comunicazione con i “saggi sconosciuti dell’Asia” per organizzare meglio la spedizione in Tibet degli anni 1938-1939, si servirono del Rabdomante meccanico in Bolivia anche per sondare le profondità del terreno a Tiahuanaco, il meraviglioso centro preincaico considerato dall’Ahnenerbe come una colonia della perduta Atlantide. Le ricerche ebbero la sovrintendenza dell’Ufficiale SS Ahnenerbe Edmund Kiss nel 1936-1937, mentre i resti del Rabdomante meccanico vennero ritrovati solo pochi anni or sono nei sotterranei del Museo Archeologico “Posnansky” di La Paz, la Capitale boliviana. Le avventure dei Sonnenmenschen e dell’Ahnenerbe in Italia sono presenti ovviamente nel mio ultimo saggio Il Fascio e la Runa: in questo breve articolo forniremo solo alcuni spunti, in ogni caso però non possiamo prescindere dall’accennare a due figure importanti che rappresentarono la vera connessione tra le “SS esoteriche” e la 29esima Divisione Italiana delle Waffen SS: Karl Diebitsch (1899-1985) e Pio Filippani-Ronconi (1920-2010) Karl Diebitsch era nato ad Hannover il 3 gennaio 1899. Dopo essere stato decoratore nella sua città natale, aveva fatto parte del Freikorp Oberland ed aveva raggiunto Monaco nel 1921. Dal 1923 al 1925 aveva studiato in due accademie d’arte di Monaco e si era specializzato nella fabbricazione di porcellane e nella loro conservazione, per poi lavorare in una fabbrica di porcellane di Monaco fino al 1933. Con la presa del potere da parte di Adolf Hitler era entrato immediatamente a far parte delle SS, dove si era fatto notare per il suo comportamento retto, per la sua onestà intellettuale e soprattutto per le sue capacità artistiche. Himmler stesso lo aveva voluto nel suo Staff personale delle SS a partire dal 1934. Dal 1936, data la personale stima che Himmler gli concedeva, era entrato a far parte dei responsabili della Manifattura Porcellane di Allach, vicino a Monaco. Le SS erano entrate direttamente a controllare questa azienda, già rinomata da molto tempo per le sue produzioni a carattere artistico e militare. Negli anni successivi Diebitsch diede libero sfogo alla sua inventiva e creatività ideando numerosi oggetti, medaglie, disegni e onorificenze per il corpo delle SS e non solo, pezzi d’arte che sono sempre più richiesti oggi dagli appassionati di collezionismo di arte militare e “militaria” varia di tutto il mondo. Diebitsch si fece apprezzare anche come militare nel corpo delle Waffen SS, sia prima nella Divisione Panzer SS Viking, sia quando iniziò a par parte del reparto di protezione armata dello Stato Maggiore Personale di Himmler, il Reichsführer SS (RFSS), per sei mesi dal dicembre 1943 al giugno 1944 . Partecipò con valore agli aspri combattimenti sul Fronte italiano, entrando a far parte del corpo degli ufficiali tedeschi che avevano sotto di sé i Reparti delle SS italiane (Fronte di Anzio/Nettuno, primavera 1944). Concluse la sua carriera militare come comandante del 24esimo Reggimento di Artiglieria di Montagna delle Waffen SS. Dopo la guerra, riconosciuto anche dagli ex-avversari come un uomo serio e onesto, riprese a lavorare presso le manifatture di porcellana tedesche. È morto nel 1985 a Rottach-Egern. Diebitsch rappresenta in ogni caso una di quelle rare persone che, come abbiamo detto, fecero parte della corrente, per così dire “esoterica” delle SS, un cerchio interno alle SS molto esclusivo. Amico di Heinrich Himmler come pure di Karl Maria Wiligut, fu anche collaboratore dell’Ahnenerbe. Era presente nel 1937 ad un famoso “Battesimo SS”, ad opera di Wiligut, di uno dei figli del vice di Himmler, Karl Wolff. Wolff, tra le altre cose, essendo divenuto il Comandante di tutte le SS presenti in Italia nel periodo 1943-‘45, rimase sempre in stretto contatto con Diebitsch sul Fronte italiano. Su Diebitsch vi sono diverse leggende, una delle più conosciute è che questo artista/soldato non dormiva quasi mai, anzi proprio durante la notte dava il meglio di sé come artista, inventando l’oggettistica militare e le medaglie per le quali ancora oggi è conosciuto. Così lo ricorda Pio Filippani-Ronconi, l’orientalista esoterico italiano che, per una strana legge sincronica combatté nelle SS italiane proprio sotto il comando di Diebitsch (Kampfgruppe Diebitsch): “Al comando di tutta la Legione Italiana SS era destinato l’Oberführer Karl Diebitsch, vecchio colonnello prussiano di artiglieria, che aveva la caratteristica di non dormire mai in seguito alle spaventevoli ferite riportate al cranio nella Prima guerra mondiale. Costui che aveva una stupefacente simpatia per gli italiani e per tutto quanto fosse italiano, constatato lo stato miserevole del nostro armamento, andò di persona a requisire i vari magazzini militari italiani caduti in mano tedesca, per rifornirci, di quanto, armamento ed equipaggiamento ci era necessario…”. La rivista delle SS italiane Avanguardia lo ricordò in un suo numero per le sue qualità umane e l’onestà intellettuale che sempre lo distingueva. Un’altra leggenda italiana che includeva Karl Wolff e il suo amico Diebitsch, del cerchio interno esoterico SS, riguardò l’interesse delle SS per le Apparizioni Mariane che si verificarono per diverso tempo davanti ad una bambina di 7 anni, nella primavera del 1944 (a partire dal 13 maggio 1944) in Lombardia, in località Ghiaie di Bonate, vicino a Bergamo. Si temevano fenomeni di disfattismo (il Fronte di Cassino stava proprio franando in quei giorni - 18 maggio 1944)) e giunsero ordini da Berlino per far portare la bambina veggente in Germania ma, da quanto risulta, Wolff e Diebitsch avvertirono il Vaticano e il Papa Pio XII, e si riuscì ad appianare la cosa senza ad arrivare a tanto. Le Apparizioni Mariane cessarono il 31 luglio del 1944. Le SS italiane erano sotto il diretto Comando Tedesco, come in pratica tutte le Forze Armate della Repubblica Sociale Italiana (RSI), così come da testimonianza del Comandante italiano della RSI, Rodolfo Graziani (1882-1955): molti italiani avevano volontariamente aderito alla RSI, e parecchi nelle SS. Uno di questi fu Pio Filippani-Ronconi. Nato a Madrid da una antica famiglia romana nel 1920, già da bambino Filippani-Ronconi si applicava imparando diverse lingue, soprattutto orientali (arriverà, con la maturità, a conoscerne più di 40). Alfonso Piscitelli, uno dei suoi ex discepoli all’Istituto Orientale di Napoli, ci informava che: «Fin dall’adolescenza [Filippani] pratica lo yoga […] e, per una comprensibile fatalità, incontra Julius Evola. Conosce le pratiche del Gruppo di Ur e si lega in particolare agli esoteristi che all’interno di quel circolo sviluppano gli impulsi dati dal maestro austriaco [antroposofo] Rudolf Steiner, ovvero Giovanni Colazza e Massimo Scaligero.» Arruolatosi volontario all’entrata dell’Italia in guerra (10 giugno 1940), partirà in seguito come sergente alla volta dell’Africa Settentrionale. Al rimpatrio frequenterà un rapido Corso Ufficiali. Dopo l’8 settembre 1943 Filippani diventa l’ufficiale d’ordinanza del sottosegretario alla presidenza dell’RSI, la Medaglia d’Oro Barracu. Ma ben presto l’avrebbe aspettato la prova più difficile: l’ingresso nelle Waffen SS italiane. Lo stesso Filippani-Ronconi ci spiega i motivi di una simile scelta: «[…] I motivi furono almeno tre: la “europeicità”; di fronte a Fiamminghi, Tedeschi, Valloni, Scandinavi eccetera, noi Italiani potevamo dimostrare di essere i migliori di tutti, in ogni senso e in ogni campo. In secondo luogo vi era, e non esagero affatto, l’elemento “mistico”, quella primordiale “terribilità” nell’azione unita ad una arcaicità di concezioni gerarchiche, per cui al centro di queste unità combattenti esisteva un Ordine, come quelli dei Cavalieri Teutonici o dei Portaspada, che attirava irresistibilmente che aspirasse alla dedizione totale di sé nel combattimento. Questo senso terribile di devotio, di offerta sacrificale di sé, era accresciuto da una vena di insegnamento esoterico, in parte derivante dalle esperienze delle varie Thule Gesellschaften dopo la Prima guerra mondiale e, in parte, dalle discipline meditative riportate in Europa dalle varie missioni della SS in Tibet alla fine degli anni Trenta. Del resto, il simbolo runico stesso della doppia runa della vittoria, le due Siegrunen [SS] (da Sieg, vittoria) indicavano l’aspirazione verso la vittoria su se stesso e sul mondo esterno. Come terzo motivo, specialmente per un giovane ufficiale quale io era, nelle Waffen SS vi era la possibilità - almeno così io credeva - di sperimentare in prima persona il livello addestrativo e combattivo delle Forze Armate germaniche, governate fin nei minimi gradi da quella Auftrags-Taktik [tattica ad incarico] per cui ognuno sapeva ciò che doveva fare in qualsiasi occasione e situazione, senza attendere l’imbeccata dei superiori (la cosiddetta Befehls-Taktik) [tattica per ordini].» Tra le altre cose, così come era uso cimentarsi nel disegno artistico militare il suo Comandante Karl Diebitsch, lo stesso Filippani vinse un concorso per l’ideazione del miglior simbolo che identificasse la Divisione delle Waffen SS italiane: un intreccio di tre frecce che rappresentavano in realtà la condizione umana «tripartita» secondo gli insegnamenti di Rudolf Steiner: Sentire, Pensare e Volere. Tale simbolo con le tre frecce è rimasto ben conosciuto sino ad oggi e costituisce la bandiera di un’Associazione reducistica delle SS italiane, il cui Presidente è stato l’architetto Giuseppe Vassalli, sino alla sua morte. Per una conclusiva e succinta descrizione dell’attività intellettuale di Pio Filippani-Ronconi, Alfonso Piscitelli ci ricordava che: «L’orientamento spirituale che informa le opere e la vita di Filippani-Ronconi, è identico, alla radice, a quello di Massimo Scaligero. Ma mentre Scaligero si inserisce - ad alto titolo - nella corrente occidentale dell’Antroposofia di Rudolf Steiner e utilizza una metodologia di tipo gnostico-cristiano per veicolare il messaggio spirituale, Filippani Ronconi esprime lo stesso messaggio servendosi delle forme proprie delle grandi tradizioni del Vicino, Medio ed Estremo Oriente.» Probabilmente altri appartenenti delle SS italiane entrarono in circoli ristretti di collaborazione esoterica con l’Ahnenerbe e i Sonnenmenschen SS, in questo difficile periodo di fine Seconda guerra mondiale. LE SS ITALIANE. Per espresso desiderio di Benito Mussolini si volle costituire un primo nucleo di SS italiane. Il Duce aveva pregato Adolf Hitler di ordinare alle Waffen SS di costituire due Divisioni di Milizia Armata. Generalmente i soldati avrebbero dovuto indossare le classiche uniformi italiane, con le mostrine delle SS tedesche (prima rosse, poi in seguito di colore nero): una prima denominazione avrebbe dovuto essere infatti Waffen SS-Milizia Armata. Parecchi internati italiani rinchiusi nei campi di prigionia tedeschi dopo l’8 settembre 1943 confluirono in questa formazione, anche se ci furono dei problemi legati al superamento del giuramento esclusivo a Hitler, che era un obbligo tipico per tutte le SS. Circa 13.000 soldati vennero addestrati nei campi militari in Germania. Nel corso della storia di questa formazione SS si verificheranno però non pochi fenomeni di diserzione e fuga. A partire dal febbraio 1944 la formazione prese il nome di Brigata Italiana d’Assalto SS Volontaria-Milizia Armata. Si formarono sin dall’inizio 11 Battaglioni (e in seguito altri 2): le Waffen SS italiane furono tra le prime truppe italiane a riprendere la guerra contro le Forze Alleate. Per esempio, il 17 marzo 1944, le Forze Armate Tedesche fecero spostare sul Fronte di Nettuno il 1° Battaglione Waffen SS Italiane “Vendetta”, che nel giro di breve tempo perse sul campo più del 50% dei suoi effettivi (340 uomini su 650). A partire dal maggio 1944 entrò poi in azione, nella zona di Civitavecchia, il Battaglione SS Italiane “Debica”. In seguito altri Reparti delle SS Italiane vennero adibiti, contro il loro stesso volere, alla “lotta antiguerriglia” nelle retrovie del Fronte italiano. Solo negli ultimi mesi di guerra le SS Italiane riceveranno l’ufficiale denominazione divisionale di 29esima Divisione Waffen SS Italiane. Alla fine della guerra non pochi dei componenti arresisi, o presi prigionieri, soldati e ufficiali, verranno giustiziati sommariamente senza alcun processo. Bibliografia essenziale. Ricciotti Lazzero, Le SS italiane, Rizzoli, Milano 1981. Nicola Cospito, Hans W. Neulen, Salò-Berlino: l’Alleanza difficile, Mursia, Milano 1992. Rodolfo Graziani, Una vita per l’Italia, Mursia, Milano 1994. Ernesto Zucconi, SS italiane, Novantico ed., Pinerolo 1995. Gabriele Zaffiri, Die Schwarze Sonne, Nicola Calabria ed., Patti 2009. AA.VV (con nota di Alfonso Piscitelli), Anima Spada, Anima Libro: la vita dialogante di Pio Filippani-Ronconi, Novantico, Pinerolo 2010. Marco Zagni, Archeologi di Himmler, Ritter, Milano, 2004. Marco Zagni, La Svastica e la Runa, Mursia, Milano 2011. Marco Zagni, Il Fascio e la Runa, Mursia, Milano 2015.

domenica 25 settembre 2016

SPEDIZIONE IN PERU’ 2016. La spedizione in Peru’ di quest’anno, con il sottoscritto, Roberto de Leo e 4 guide, che all’inizio doveva muoversi di concerto con l’organizzazione di Thierry Jamin, che di fatto anche quest’anno si e’ distinto invece per la sua immobilità, ha avuto, nonostante tutto, un buon successo, recandosi in zone del tutto sconosciute e giungendo molto vicino alla zona dove si crede ci sia una grande città perduta, forse proprio il Paititi della leggenda peruviana. Sono state effettuate interessanti scoperte, come piattaforme astronomico religiose pre incaico-amazzoniche e chulpas (capanne/cimiteri) di tipo incaico. Una grande “freccia” in pietra in cima ad una montagna indicava molto probabilmente la direzione da seguire in futuro, verso nord ovest del distretto di Cusco. C’è molto interesse da parte di vari istituti e vari media, stampa e tv per quello che abbiamo fatto. A breve informeremo delle nostre iniziative in merito, a seguito del buon successo della spedizione. Dopo circa 30 anni di viaggi, ricerche ed esplorazioni, sono molto soddisfatto di quello che siamo riusciti a fare pure quest'anno, nonostante purtroppo in tutti questi decenni io abbia dovuto anche aver a che fare con ogni genere di personaggi, in gran parte mitomani, fanatici degli alieni, sedicenti esploratori da salotto o poi diventati santoni religiosi, o semplicemente dei gran furfanti con tanto di cappello alla Indiana Jones. Marco Zagni.

mercoledì 11 maggio 2016

CENTO ANNI DALLA BATTAGLIA DELLO SKAGERRAK/JUTLAND

LA “CORSA ALLA MORTE”: LA BATTAGLIA DELLO SKAGERRAK/JÜTLAND (1916). 31 maggio-1 giugno 1916. Non ci può essere alcun dubbio, la Battaglia Navale dello Jütland (Battaglia dello Skagerrak o Skagerrakschlacht – lo Skagerrak è Stretto che divide la Norvegia dalla Danimarca -, per i Tedeschi), combattuta esattamente 100 anni or sono (31 maggio-1° giugno 1916) nelle gelide acque del Mare del Nord, fu l’unica gloriosa battaglia navale di tutta la Prima guerra mondiale nella quale si siano trovate di fronte due intere Flotte navali, quella Inglese (Grand Fleet) e quella Tedesca (Flotta d’Alto Mare). E dire che ancora nel giugno del 1914, solo due anni prima, essendoci una sorta di “gemellaggio” tra le due Marine da Guerra (a causa della parentela tra le due Case Regnanti), non mancavano gli incontri tra le delegazioni degli Alti Ufficiali, con visite alle rispettive Flotte, feste da ballo d’Alta Società e scambi di doni sulle note del “Bel Danubio Blu”…Tutto un Mondo della Vecchia Europa ormai perduto per sempre. Ma cosa era successo? Perché si verificò questo epico scontro navale, spettacolare e romantico, quanto aspro e drammatico? Il Ministro della Marina Winston Churchill era stato molto acuto e chiaro, durante la prima parte del Conflitto, con alcuni suoi articoli apparsi sul “London Magazine”, inaugurando di fatto l’Era della “Deterrenza navale”: la Marina Inglese era la più forte di tutto il Mondo intero, non c’era niente da fare, le cose stavano così, e gli Inglesi potevano persino permettersi di non far uscire nemmeno un piccolo Incrociatore dalla loro Base di Scapa-Flow. Bastava infatti la “minaccia” di distruggere qualsiasi nave nemica che si fosse avventurata a uscire dal porto, per dominare, incontrastati, tutti i Mari del Mondo, basandosi sulla paura. Era il concetto di “Fleet in being”, fungere da deterrente per il solo fatto di esistere. In effetti l’Era dei Sommergibili, allora, non era ancora iniziata…Sarebbe incominciata proprio dopo lo scontro dello Jütland, quando i Tedeschi decisero di cambiare completamente la strategia navale, affidandosi ai sommergibili e alle navi “corsare”, ottenendo così grandi successi, anche se non decisivi. Gli Incrociatori da Battaglia e le prime Corazzate Veloci (Dreadnought) erano però, in quei frangenti, ancora le Regine incontrastate dei Mari, nel 1916. Il colpo di frusta, lo schiaffo morale ai Tedeschi era stato dunque lanciato, con le conclusioni scritte da Churchill sui quotidiani inglesi, ma naturalmente l’ambizioso Kaiser Guglielmo II non poteva certo accettare una logica del genere. All’epoca la frustrazione nella Flotta tedesca era grande: a vent’anni dall’inaugurazione del Canale di Kiel (1895 - chiamato ufficialmente Canale del Kaiser Guglielmo), gli sforzi tedeschi per la creazione di una imponente Flotta, sul genere di quella francese e inglese, erano stati enormi ma, nonostante questo, il rapporto di forze tra quella inglese e quella tedesca era circa di 3 a 1. Allo scoppio della Prima guerra mondiale infatti (agosto 1914) la Kaiserliche Marine per quanto riguarda le grandi navi possedeva: 4 Corazzate con cannoni da 280 mm; 11 Corazzate armate di cannoni da 305 mm; 5 Incrociatori da Battaglia armati da bocche di 280 mm. Ne corso del conflitto si aggiungeranno altre 5 Corazzate e 3 Incrociatori da Battaglia. Ma veniamo la Marina Inglese nel 1914: 10 Corazzate con cannoni da 305; 12 Corazzate con bocche da 343 mm; 12 Incrociatori da Battaglia, con bocche di vario calibro. In seguito la gran Bretagna si dotò di altre 10 nuove Corazzate (381 mm.) e 2 Incrociatori da Battaglia (sempre con cannoni da 381 mm.). Non c’era storia, bastava verificare sulla carta il confronto tra le dimensioni delle bocche da fuoco per rendersi conto della differenza, e i Tedeschi lo sapevano benissimo. Era necessaria una prova d’orgoglio per recuperare fiducia. Così, all’inizio del 1916 era accaduto un evento importante: L’Ammiraglio Scheer aveva assunto il comando della Flotta d’Alto Mare Tedesca con un unico grande piano, costringere al combattimento la Flotta Inglese, facendola uscire da Scapa Flow e, in una serie di vari scontri navali, batterla poco per volta per logorarla sino a raggiungere un certo grado di parità tra le due Flotte. Un piano ardito e coraggioso, perché in generale ci si basava sul fatto che le navi tedesche erano più protette e corazzate di quelle inglesi, anche se leggermente più lente, ma con un sistema di puntamento e tiro migliore, grazie all’ottica Zeiss, la più perfetta del Mondo. L’Ammiraglio Scheer aveva preparato la “sua” battaglia per la fine di maggio del 1916: sino ad allora non si era verificato niente di veramente importante nei mari del Nord Europa, a parte alcuni bombardamenti (brevi) tedeschi contro la costa inglese (15 dicembre 1915 e 25 aprile 1916). Ma il 31 maggio 1916 la Flotta tedesca si mosse al completo, partendo alle 3 del mattino dalla Rada di Schillig: l’Ammiraglio Hipper con i più moderni Incrociatori da Battaglia doveva guidare in avanscoperta la formazione tedesca, con lo scopo preciso di attirare gli Inglesi verso il grosso della formazione tedesca, con le Corazzate che seguivano a distanza. Ma gli Inglesi non dormivano affatto: essi conoscevano da tempo il codice navale tedesco grazie ai Russi, i quali avevano rinvenuto tempo prima nel Mar Baltico il corpo di un Ufficiale di Marina germanico con indosso una copia del codice, e lo avevano passato agli Inglesi. Si poteva così decifrare tutto quanto i Tedeschi si dicevano tra loro. L’Ammiraglio Jellicoe, al comando della Grand Fleet, partì allora per tempo da Scapa Flow per prendere di sorpresa la stessa Flotta tedesca: nel giro di breve tempo si sarebbero affrontate ben 28 Corazzate inglesi con 9 Incrociatori da Battaglia contro 16 Corazzate tedesche e 5 Incrociatori, per un totale di 250 navi, contando anche il naviglio più leggero! Ma, come si vedrà, gli Inglesi non seppero, o non vollero, approfittare della sorpresa. Vediamo che cosa accadde. I Tedeschi avevano come avanguardia cinque poderosi Incrociatori: Il Lützow, il Derfflinger, il Seydlitz, il Moltke e il Von der Tann. Nel pomeriggio del 31 maggio la Squadra d’Avanguardia tedesca vide sopraggiungere improvvisamente 6 gigantesche navi inglesi: erano grandi Incrociatori da Battaglia, tra i quali la Queen Mary, il Lion, la Princess Royal e l’Indefatigable. Facevano parte della Squadra dell’Ammiraglio inglese Beatty, il quale approfitterà di questo primo scontro per allungare il passo con le altre navi a disposizione per tentare di circondare, con una manovra magistrale, tutta la Flotta Tedesca. Però, in questa prima fase della Battaglia, gli Inglesi ne uscirono con le ossa rotte: Il Von der Tann fece esplodere e affondare di colpo l’Indefatigable, il Lützow colpì più volte il Lion, causando incendi tali a bordo della nave inglese da obbligare l’Ammiraglio Beatty a cambiare nave e a salire a bordo della Princess Royal. Ma la parte del leone la farà il Derfflinger (come d’altronde in tutta la Battaglia), nuovo Incrociatore varato nel 1913, armato di cannoni da 305 mm. e con un’avanzata ottica di puntamento: inquadrando la Queen Mary, orgoglio della Marina Inglese, la farà esplodere e affondare nel giro di 4 minuti (h. 18.30 circa) da una distanza di circa 13 chilometri. “Uno spettacolo impressionante”, così si leggerà nel rapporto del Primo Ufficiale di Tiro, Capitano di Vascello Hase. Nel frattempo si sviluppavano, come sempre accade, combattimenti minori tra piccoli Incrociatori, Siluranti, Torpediniere e Caccia, dove un Incrociatore tedesco, il Wiesbaden, veniva incendiato e affondato. Il problema vero era però che il combattivo Ammiraglio Beatty non mollava affatto l’idea di allungare sulla Flotta Tedesca grazie ai suoi Incrociatori più veloci, ed effettuare la famosa manovra marinara che tutti gli Ammiragli sognano di fare almeno una volta nella loro vita. Il famoso “Crossing the T”, il “Taglio in T” , cioè oltrepassare la punta dello schieramento avversario così da avvolgerlo e obbligarlo, per non essere accerchiato, a far virare di bordo tutta la Flotta, indirizzandola invece nel bel mezzo della propria Squadra Navale. Operazione che Beatty eseguì in modo perfetto, cosa riconosciuta anche dagli stessi Tedeschi, che si videro venire incontro un’intera Squadra Navale (la Quinta Squadra Inglese) che comprendeva 4 poderose Corazzate di linea: la Malaya, la Valiant, la Barham e la Warspite. Il problema per gli Inglesi era che l’altro Ammiraglio, il Comandante della Flotta Jellicoe, non seguiva d’appresso Beatty: in realtà per lui era più importante non perdere altre navi inglesi, piuttosto che affondare le navi tedesche. Agiva con prudenza. Aspettava i comunicati da Londra, con le decifrazioni del codice tedesco, sulla posizione esatta delle navi nemiche, invece di andarle a cercare, e questo portava via molto tempo. In ogni caso l’Ammiraglio Scheer si era reso conto dell’enorme pericolo in cui stava correndo la sua Flotta, quello appunto di venire accerchiata, e già alle ore 19.00 del 31 maggio aveva dato l’ordine di fare rotta verso Sud, per tentare di tornare ai porti di partenza. Il Lützow era in fiamme, colpito dai grossi calibri inglesi, i cui colpi impressionanti venivano chiamati “valigiate” dai marinai tedeschi. L’Ammiraglio di Squadra Hipper abbandonava così questo superbo Incrociatore, che si era coperto di gloria distruggendo l’Incrociatore inglese Defence, e che sarà poi lasciato da tutto l’equipaggio e affondato dagli stessi tedeschi. Erano ormai le 20.30 di sera quando il Derfflinger, che aveva incassato diversi colpi di vario calibro, entrò improvvisamente in un’area senza fumo né nebbie, e si vide a soli 9.000 metri di distanza una grande sagoma di Incrociatore Inglese: era l’Invincible. Venne subito dato l’ordine “Tiro Rapido!” alle torrette principali e, alle 20.31 l’Invincible venne scosso da parecchie esplosioni, per poi saltare improvvisamente in aria…Da tutte le parti del Derfflinger salivano verso il cielo formidabili “Urrà” dei marinai galvanizzati… Ma c’era poco da stare allegri, si stava verificando l’accerchiamento dell’Avanguardia tedesca dove, nel gergo navale tedesco, le navi stavano per trovarsi gettate nel baratro della “Caldaia delle Salsicce”. Alle ore 21.12, mentre veniva dato l’ordine al grosso della Flotta Tedesca di rientrare definitivamente con rotta a Sud, parimenti venne lanciato lo storico messaggio nei confronti degli Incrociatori Tedeschi: “Addosso al nemico! Incalzate a fondo il nemico! Impegnate a fondo le navi!” Senza scomporsi, il Comandante la Squadra Tedesca diede l’ordine: “A tutta velocità! Avanti! Rotta Sud-Est!”. Iniziava così la celebre “Corsa alla Morte” degli Incrociatori germanici, direttamente contro la punta dello schieramento nemico. Il Derfflinger, il Seydlitz, il Moltke e il Von der Tann si lanciarono contro gli Inglesi, per permettere al resto della Flotta di mettersi in salvo. Circa una decina di minuti durò l’eroico attacco delle 4 navi, votate al sacrificio estremo contro la Flotta Inglese, con l’appoggio di diverse flottiglie di Siluranti e Torpediniere, che di slancio superavano gli Incrociatori, si gettavano nel fumo della battaglia, lanciavano i loro siluri contro la Flotta nemica, e di colpo tornavano indietro per ricomporsi, pronte per un nuovo attacco. Leggiamo dal resoconto ufficiale della Battaglia: “Ma fu il Comandante del Derfflinger a condurre gli Incrociatori di combattimento. Il nome del Capitano di Vascello Hartog è legato per l’eternità alla Corsa alla Morte degli Incrociatori da Battaglia dello Jütland”. L’azione ebbe successo, e pur incassando un numero impressionante di colpi di grosso calibro, i 4 Incrociatori, con l’azione di supporto delle Siluranti, riuscirono a tener lontana la Flotta Inglese, permettendo a quella Tedesca di sganciarsi, e di ritirarsi a loro volta senza venire affondati. Durante la notte si verificarono altri scontri nella retroguardia, ma tra naviglio più leggero: tra le cose di maggior nota, l’incendio e l’affondamento dell’Incrociatore Inglese Blank Prince e il siluramento dell’Incrociatore Tedesco Pommern. Ma la Flotta d’Alto Mare Tedesca era riuscita a sfuggire all’accerchiamento: il mattino successivo (1° giugno) non una nave inglese si scorgeva all’orizzonte. Jellicoe aveva mollato l’osso, e la Flotta rientrò al Porto di Wilhelmshafen nel pomeriggio del 1° giugno 1916. Dal punto di vista tattico i Tedeschi ottennero una notevole vittoria. Gli Inglesi avevano subito perdite gravi: 3 Incrociatori da Battaglia affondati, insieme a 2 Incrociatori Leggeri e 8 Caccia. 10.000 marinai inglesi erano scomparsi tra i flutti. I Tedeschi contarono la perdita di 1 Incrociatore Pesante, 4 Incrociatori Leggeri, 5 Caccia e 2.000 marinai. Risultò chiaro che i cannoni inglesi sparavano con minor precisione di quelli tedeschi e che le navi della Grand Fleet presentavano dei difetti nella corazzatura, e la “santa barbara” non era sufficientemente protetta. Ma la Flotta Tedesca, nel momento decisivo della Battaglia, si era dileguata: dal punto di vista strategico si dimostrava senza ombra di dubbio che il concetto di dover impegnare le Flotta Inglese di volta in volta in varie battaglie logoranti, era un’ipotesi impraticabile. E il blocco navale a distanza attuato dagli Inglesi funzionò: solo un paio di volte i Tedeschi uscirono ancora dai loro porti, nel corso del conflitto, per poi rientrare velocemente, senza ottenere alcun risultato. Gli arsenali tedeschi cessarono allora di costruire Corazzate per dedicarsi esclusivamente alla produzione di Sommergibili, per cercare di colpire principalmente il traffico navale nemico. La Corazzata, la Regina dei Mari, cominciava così lentamente a perdere la sua corona… Winston Churchill aveva ragione: la Flotta Inglese, per il solo fatto di esistere in tutta la sua potenza, di fatto poteva assolvere il proprio compito di “deterrente” per tutta la durata del conflitto mondiale. E la Germania così perse la Guerra 1914-‘18, anche per questo motivo. Bibliografia indicativa: A. J. P. Taylor, Storia della Prima guerra mondiale, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1957. M. J. Whitley, Grandi Navi da Battaglia tedesche, Fratelli Melita Editori, La Spezia 1993. Cap. Scheer & Cap. Hase, La Battaglia Navale dello Jütland, O. Marangoni, Milano 1932 (Ristampa anastatica de Il Castello, Milano 2001).