lunedì 15 marzo 2010

PAITITI 2000

SULLE TRACCE DEL "PAITITI".

Il 13 agosto 2000 partivo dall’Italia: destinazione Cusco in Perù. Là dovevo incontrarmi con il mio amico americano Gregory Deyermenjiann e con un altro mio amico italiano , Alessandro Fodella, per organizzare una spedizione archeologica alla ricerca del Paititi.
Ma cos’è il Paititi, mi chiederete voi. Molto semplicemente è una città perduta che dovrebbe trovarsi oltre le Ande ,a Nord di Cusco. Tutti gli esploratori- avventurieri di tutto il mondo sono convinti, me compreso, che esista una città perduta tra i dipartimenti Cusco e Madre de Dios in piena foresta amazzonica. Nessuno però l’ha ancora trovata: anche la natura di questa città non è molto chiara. Alcuni sostengono che fu un estremo rifugio incaico dopo la conquista degli spagnoli, altri che fosse una città–stato a se stante e appartenente ad una antica confederazione o regno Amazzonico pre-incaico. In ogni caso mi si era offerta la possibilità di una grande avventura e mi ci stavo buttando a capofitto!
Il giorno 17 partivamo da Cusco assolutamente pronti: Gregory, Fodella, io , le due guide Paulino ed Ignacio Mamani, destinazione Atalaya sul Rio Pini-Pini dove avremmo dovuto incontrarci con il barcaiolo Juan Canales, il migliore in circolazione. Tutto era stato preparato con l’organizzazione di Avventura Ecological Manu del nostro amico Marco Rozas.
Trasferimento attraverso le Ande: 12 ore di viaggio in furgone e camionetta da Cusco per raggiungere Atalaya, con tutto l’equipaggiamento ed i viveri per la spedizione .
Il giorno 18, incontratoci ad Atalaya con Canales entravamo in confidenza con la nostra canoa di 10 metri, che poteva portare 2 motori diversi . Un Johnson 55 cavalli per il primo tratto più facile e poi un motore detto Peke-Peke a basso pescaggio di 16 cavalli per le zone più difficili.
L’obiettivo era risalire ben 3 fiumi, se possibile, il Pinipini, il Nistron, il Choritiari e raggiungere una zona sconosciuta indicata dal padre missionario Polentini nel suo libro “ Paititi “ come zona sicura e certa dove trovare questa misteriosa città perduta.
Da ormai 15 anni Gregory le stava tentando tutte per trovare il Paititi: ora si voleva seguire anche questa traccia. Era un’altra teoria, tra le tante, ma stavolta , come mi aveva detto , poteva essere veramente il coronamento di 15 anni di ricerche. Dovevamo raggiungere la zona indicata da “padre Otorongo“ ( padre Giaguaro – così chiamato Polentini dagli indigeni ) ad ogni costo.
Passammo i primi 5 giorni conducendo una vita durissima, massacrante. Per organizzare spedizioni nella foresta bisogna approfittare della stagione secca cioè in Perù l’inverno, che dura da giugno a settembre. Il problema è naturalmente che i fiumi sono molto bassi , così per decine di volte ogni giorno dovevamo scendere dalla canoa per trainarla da terra con le corde nei tratti in cui l’acqua era troppo scarsa per navigare. Inoltre , man mano che risalivamo verso Nord Ovest gli insetti si facevano ferocemente sempre più rabbiosi, infischiandosene del repellente che usavamo. In ogni caso ci aspettavamo tutto questo ed eravamo preparati alle fatiche ed alle privazioni: tutti noi avevamo già avuto esperienze simili.
Così il giorno 22 agosto raggiungemmo esattamente il punto che Gregory, il nostro capo spedizione voleva trovare: la confluenza tra il rio Choritiari ( appena segnalato sulle carte ) ed il rio Nistron.
Questo punto ( vedi foto ) era proprio ai piedi della montagna indicata dal Padre Polentini nel suo testo come la sede della città perduta di Paititi. La zona che vedavamo era stranissima , desolata e selvaggia allo stesso tempo: nessun segno di Indios, poca selvaggina e un silenzio irreale.
Il giorno 23 , dopo avere approntato il “campo base“ ai piedi della montagna , ci lanciammo letteralmente a risalire a piedi il Choritiari per trovare una zona idonea a costituire in futuro un “ campo avanzato “ più a monte di 4/5 chilometri. Quando trovammo la zona idonea, dopo una pericolosa risalita del fiume a piedi alternata da ampie scalate della montagna , purtroppo erano già le 3 del pomeriggio . Dovevamo assolutamente tornare al campo base in 3 ore , prima del calare del sole, se no eravamo perduti : di notte frotte di serpenti escono dalle tane. Cominciò pure a piovere a dirotto e così in quella corsa in discesa si cominciò a scivolare nel fiume, a cadere e a farsi male.
Io ebbi la peggio, mi slogai una caviglia, mi procurai uno strappo muscolare al braccio sinistro e presi un colpo intesta cadendo su un sasso. Comunque tornammo al campo alle 18.30.
Il giorno 24 fu giorno di riposo per tutti, io però ero in pessime condizioni fisiche, così stabilimmo che il giorno seguente io e Juan Canales saremmo rimasti a guardia del campo base e della canoa sul fiume mentre gli altri 4 avrebbero approntato il campo avanzato dove eravamo arrivati il giorno 23 e da lì, per qualche giorno, avrebbero esplorato la montagna in cerca della città.
Il giorno 25 partì il gruppo avanzato, mentre noi cercavamo di migliorare il campo base per viverci in un modo più decente. Il giorno 28 la guida Paolino tornò da solo per informarci: sulla montagna non c’era niente , Polentini si era sbagliato di grosso. Paititi non era qui : qui c’erano solo maledetti insetti ed una giungla durissima da attraversare. Gregory aveva comunque deciso di prolungare le ricerche per altri 2 giorni.
Il giorno 30 io e Juan Canales stabilimmo un primo contatto con indios della zona. erano Cocapaquoris, molto diffidenti all’inizio, praticamente nudi, poveri ma con archi e frecce potentissime da fare spavento. Facemmo amicizia e gli offrimmo viveri e vestiti che gli facemmo indossare subito. Erano comunque incredibilmente arcaici perché non sapevano utilizzare il ferro e usavano addirittura frecce con punte di legno.
Non si riusciva a capire niente di quello che dicevano: le nostre stesse guide non conoscevano il loro idioma. L’incontro con loro fu comunque cordiale e molto emozionante per tutti noi.
Il 1° settembre iniziò il viaggio di ritorno: fu una cosa veramente molto pericolosa , molto più dell’andata, perché con la corrente a favore era molto più difficile governare la barca sulle rapide, trattenendola con le corde quando la corrente era troppo forte. Juan Canales fu all’altezza della sua fama: solo per la sua innata capacità riuscimmo a evitare di distruggere la canoa sulle rapide del Pini-Pini.
Il giorno 4 settembre eravamo ad Atalaya il giorno 5 a Cusco, con la felicità di Marco Rozas : eravamo tutti salvi anche se un poco conciati: Gregory inoltre, nel viaggio di ritorno si era fatto male ad una mano. Rozas ci disse che da Cusco si erano spaventati moltissimo quando dal giorno 18 agosto al giorno 25 avevano perso il contatto radio con noi. Poi si erano calmati, una volta ristabilito il contatto. E il Paititi? “ Deve essere molto più a Nord “ disse Gregory, che già stava pensando alla prossima spedizione. Ma ora dovevamo riposarci , ne avevamo bisogno .
Il giorno 8 partii da Cusco per Lima, là incontrai il mio amico Paul Mazzei e la sua bellissima famiglia.
Il giorno 10 partivo con un volo Iberia, destinazione Madrid e poi Milano: per il momento l’avventura “ Paititi 2000 “ era terminata.
Prossimo tentativo: “Paititi 2011” !